L’accordo recentemente firmato da tutti i club della massima competizione olandese sembra provenire da un’altra epoca: una scelta che da un lato crea un precedente importante nella storia dello sport professionistico – un mondo con lo sguardo sempre più rivolto allo sviluppo di modelli economici redditizi e lontano anni luce dai valori tradizionali che ne hanno favorito l’ascesa come passione, senso di comunità e lealtà nei confronti dei propri sostenitori – e dall’altro dimostra come nella visione olandese il fruitore di un servizio non sia per forza di cose un bambacione da spennare ma, al contrario, un valore aggiunto da preservare.

Per questo motivo, a partite dalla stagione attuale, le diciotto squadre che compongono la massima serie batava hanno deciso di accordarsi, dopo anni di tentativi falliti, e di riportare un po’ di quel lato popolare che aveva reso il calcio accessibile a tutti fino a poche decadi fa. 15 Euro sarà dunque il tetto entro il quale i club dovranno mantenere il prezzo dei propri settori destinati ai tifosi ospiti. Un modo molto intelligente per tornare ad avere un po’ di sana rivalità sugli spalti amici – i dati degli ultimi anni avevano evidenziato un calo consistente nell’attendance media per i club che giocavano in trasferta – ed anche per garantirsi un supporto adeguato da parte dei propri appassionati su terreni spesso non semplicissimi.

Ma la domanda che ora sorge spontanea è: se in un Paese dove la trasferta più lunga sarebbe una nostra medio-breve – 3/4 ore prendendosela comoda – si riesce a strappare comunque un accordo del genere, come è possibile che non si possa garantire lo stesso diritto a chi è costretto a pagare – per esperienza personale – 40 Euro per un settore ospiti a Palermo in Coppa Italia di martedi sera, attraversando da cima a fondo un Paese di ben altre dimensioni, con mezzi di ogni tipo, dopo una trasferta a Roma due giorni prima pagata almeno altrettanto? Come può un modello del genere rivelarsi sostenibile per chi vuole semplicemente seguire la propria squadra del cuore in giro per l’Italia?

Non è un caso che gli stadi italiani “vantino” un costante primato fra quelli con i peggior dati di presenza fra le maggiori leghe professionistiche continentali: impianti rimasti – quando va bene – ai restyiling di Italia ‘90 ma biglietti ed abbonamenti vittime di un’inesorabile ascesa neanche particolarmente giustificata da parte dei club. Anzi, quasi data per scontata. Ma c’è di più: qual è stata la risposta che le istituzioni hanno saputo dare a questa situazione tragicomica? “È tutta colpa della violenza”,” gli stadi non sono più un posto per famiglie”. “La gente ha paura”. Andando di fatto a puntare il dito contro l’unico piatto nobile, seppur povero, rimasto in un ristorante declassato da tre stelle Michelin a decadente bettola di provincia.

E fa niente se i dati rilevati nelle ultime stagioni dimostrino che gli incidenti da stadio siano ai minimi storici e la cui quasi totalità avvenga ovunque fuorchè nelle vicinanze degli impianti. Inutile anche puntualizzare che oggi – fra tessere del tifoso obbligatorie e prezzi imbarazzantemente anti-popolari – un papà debba affrontare una trafila burocratica e monetaria di tutto rispetto per portare un bambino a vedere una partita della sua squadra del cuore. Senza nessuna possibilità di deciderlo il giorno stesso, quello neanche per sbaglio. Senza possibilità di mangiare qualcosa che non sia un panino con la salamella di cartone da un ambulante o un pacchetto di patatine dentro lo stadio. Senza poter vedere una partita insieme ai suoi amici perchè divisi da una barriera imposta per “motivi di sicurezza” tra gente della stessa squadra. Qualcosa che fa talmente tanto vecchio novecento da far venire i brividi.

Ma siamo sicuri che non sia questo il problema del calcio italiano. Come del resto neanche le pay TV che da ormai venticinque anni decidono gli orari delle partite a tavolino, incuranti di chi deve andare a lavorare per pagare le bollette (altro che SKY e Premium) che eppure, in qualche modo, il culo allo stadio, col caldo e col freddo, che si vinca o che si perde, lo porta sempre. Col rischio magari di farsi anche qualche anno a sentire le partite in radio nella sala d’aspetto di un commissariato per aver provato a ridare un po’ di colore ad un calcio sempre più scintillante dentro alla realtà di plastica delle TV in alta definizione ma decisamente più sbiadito ed in bianco e nero nei luoghi dove dovrebbe essere maggiormente vissuto. Dove sarebbe dovuto rimanere. Dove avreste dovuto imparare a preservarlo.

 

Federico Raconi

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