«La controcultura è la cresta dell’onda in movimento, una zona di incertezza in cui la cultura diventa imprevedibile.» (Timothy Leary)

La controcultura è quell’ insieme di movimenti ribelli che storicamente si sono opposti alla cultura e alle regole della società del tempo. A differenza delle sottoculture, gruppi di persone che sviluppano il proprio modello di vita trasformando e modellando la cosiddetta cultura “mainstream”, la Controcultura è una vera e propria opposizione alla cultura dominante.

La storia della controcultura affonda le proprie radici, molto antiche, nelle culture gilaniche del periodo Neolitico ma è con la Beat Generation degli anni 50’ che trova una sua prima reale concretizzazione.

La Beat Generation fu un movimento giovanile che trovò terreno fertile nel silenzio assordante lasciato dalla seconda guerra mondiale; un contesto di incertezza e grande instabilità economica e sociale protrattosi fino all’ inizio della guerra fredda.

Nasce da un gruppo di scrittori americani tra cui Jack Kerouac (leggete “On the Road” se non lo avete già fatto), Allen Ginsberg e William S. Burroughs che contribuirono a creare l’anticonformismo, rifiutando le norme classiche, utilizzando e sperimentando diversi tipi di droghe, infrangendo i canoni della sessualità, cambiando orientamenti religiosi (come il buddismo e la cultura zen) e rifiutando il materialismo.

I movimenti culturali del 1968, tra cui la guerra del Vietnam e il famoso festival di Woodstock svoltosi a Bethel, dal 15 al 18 agosto del 1969, fanno parte della cultura beat, così come la rappresentazione delle realtà difficili.

Negli stessi anni nascono molteplici sottoculture come i Mods, abbreviativo di modernism, nati a Londra e riconoscibili per il logo della Royal Air Force spesso presente sui giacconi Parka, il look curato ed innovativo (abiti italiani degli anni sessanta e gli scooter italiani Vespa e Lambretta) e la passione per musica afroamericana (in particolare il soul e lo ska), la musica beat, e il rhythm and blues, in particolare gli Who (guardate il film Quadrophenia).

I Teddy Boys, operai non specializzati dei sobborghi londinesi, furono una sottocultura indissolubilmente legata al rock and roll americano in voga nel periodo, i cui adepti si vestivano come dandy, seguendo il modello dei gangster americani, spesso con connotazioni razziste e violente.

Poi arrivano gli anni 60 con i Rude boys, sostenitori della musica giamaicana, dello ska, rocksteady e reggae e con gli Skinhead, legati al lavoro in fabbrica, alla stessa musica, all’abbigliamento e alla passione per il calcio.  Ma il fenomeno controculturale degli anni 60’ per eccellenza è rappresentato dal movimento Hippie con lo scoppio della ribellione giovanile.  La parola «hippie» deriva da «hipster», ed era stato inizialmente utilizzato per descrivere i beatnik che si erano trasferiti nel distretto di Haight-Ashbury di San Francisco. Queste persone avevano ereditato i valori trasmessi della Beat Generation, creando una controcultura con proprie comunità che ascoltavano rock psichedelico, abbracciavano la rivoluzione sessuale e l’uso di stupefacenti come gli allucinogeni e la cannabis, al fine di esplorare nuovi orizzonti.

I figli dei fiori sono coloro che aderirono al movimento hippie, riconoscibili per vestiti decorati con fiori o vivacissime stoffe di colori sgargianti.  Gli slogan “più fiori meno cannoni” e “Fate l’amore, non la guerra”, che risuonavano in maniera evidente nel periodo della guerra del Vietnam, hanno rappresentato i loro ideali di pace e di libertà.

Quello tra il 1967 e il 1977 è considerato il decennio della Controcultura, con la nascita del Punk, dell’Hip Hop, del Writing e del Movimento Ultras.

Lo stile Punk nasce nella metà degli anni ’70 in Inghilterra e negli Stati Uniti dove si sviluppa come movimento giovanile, simbolo di rottura e ribellione, provocatorio e molto critico nei confronti della società. In breve tempo il Punk influenza la letteratura, l’arte e la moda. Ma è la musica, con gruppi come Sex Pistols, Ramones, Clash che cambia veramente la società del tempo. La musica diventa dura, tambureggiante, con strumenti essenziali e testi ribelli e aggressivi, con provocazioni spesso anche politiche. Anche l’abbigliamento viene pesantemente influenzato con la giacca e cravatta dell’era MODS che vengono riempite di spille e di borchie, giacche di pelle che vengono decorate da scritte spray, Converse e Dr. Martens furoreggiano tra i giovani. Lunghe creste colorate e teste rasate spuntano come funghi. Nascono i piercing utilizzando spille da balia e lamette da barba per perforare la pelle. La rabbia e l’odio verso una società che non rappresenta i giovani esplode profonda e si manifesta contro la situazione sociale ed economica del mondo.

La nascita dell’Hip hop invece risale all’11 agosto 1973, quando DJ Kool Herc, immigrato giamaicano, uno dei più popolari disc jockey di New York che suonava nei block party del Bronx, passando velocemente dai dischi reggae a quelli funk, rock e disco, notò che i newyorkesi non amavano particolarmente il reggae ma preferiva più le parti con forti percussioni, ed iniziarono ad estendere l’uso del mixer audio e del doppio giradischi, sviluppando velocemente altre efficaci tecniche di mixaggio. Come in Giamaica, questi elementi erano accompagnati da performer che parlavano mentre suonava la musica; inizialmente furono chiamati MCs (dall’inglese Masters of Ceremonies, maestri di cerimonie) e, più tardi, rapper. Alla fine degli anni 90 l’Hip Hop iniziò a diventare la principale forza artistica che si stava espandendo negli Stati Uniti fino a entrare gradualmente  nella vita comune statunitense per poi espandersi in tutto il pianeta.

Dopo l’espansione dei murales politici, di cui almeno 300  situati e visibili tuttora in Irlanda del Nord tra Belfast e Derry,  simboli della dolorosa guerra civile che ha dilaniato il paese per 30 anni, nasce il writing, vero e proprio progenitore della Street Art. Si sviluppa alla fine degli anni sessanta nei sobborghi di Philadelphia, Chicago e nel South Bronx a New York, dove decine di giovanissimo afroamericani e portoricani iniziano per gioco a riempire i muri di con strane sigle, ovvero le tags, eseguite con il marker che in seguito venne sostituito dalla bomboletta spray. A partire dal 1971, il fenomeno diviene di massa con l’esplosione dei giovani writers fino ad evolversi nella Street Art.

Nel 1968 nasce il primo gruppo ultras italiano, la Fossa dei Leoni del Milan e con esso la controcultura Ultras. Gli Ultras Tito Cucchiaroni della Sampdoria, primi a utilizzare la dicitura ultras, i Boys San dell’Inter e gli Ultra Granata del Torino nascono nel 1969 mentre le Brigate Gialloblu del Verona nel 1971 e saranno i primi a importare lo stile “english” in Italia. Gli Ultras si distaccano nettamente dal modello “classico”, adulto, dello spettatore calcistico, poiché sono raccolti nei settori popolari degli stadi e manifestano immediatamente una serie di caratteristiche che li rende un fenomeno originale nel calcio italiano. Identificazione con il proprio “territorio” (la curva, delimitato da uno o più striscioni con il nome e il simbolo del gruppo), abiti ricoperti di “toppe” della propria squadra, a cui si aggiunge la sciarpa con i colori sociali.

Ma gli ultras si distinguono soprattutto per l’adozione di elementi del tutto innovativi nel modo di sostenere la squadra e, più in generale, di assistere alla partita come l’uso di trombe e tamburi, la “sciarpata” e l’accompagnamento corale delle azioni di gioco. Il tifo viene dunque considerato in breve il “dodicesimo uomo in campo”. Si diffonde inoltre l’uso torce, fumogeni, e bengala per dare colore e vivacità alle gradinate. Nasce così la “coreografia della curva”, che diviene il marchio dello stile italiano.

I valori, gli insegnamenti, le lotte e le idee sviluppate e portate avanti con coraggio dalle controculture degli anni 70, sono state fondamentali per lo sviluppo di un pensiero alternativo basato su principi forti e solidi come l’aggregazione, la ribellione e la libertà di pensiero.

Tutto questo patrimonio ha iniziato a sgretolarsi con il sopraggiungere degli anni 80 che hanno forgiato un nuovo modello di società costituito da leggerezza, superficialità, consumismo sfrenato, individualismo, esagerazione e narcisismo.

Così è nato un nuovo uomo, egoista, competitivo, arrivista, superficiale e disinteressato a tutto quello che lo circonda a eccezione dei propri affetti stretti e del proprio tornaconto. Questo modello purtroppo sta raggiungendo l’apice della propria parabola discendente con la distruzione di tutto ciò che gli sta intorno.

Il Business delle grandi aziende ha distrutto la medio piccola azienda e di conseguenza il ceto medio borghese allargando sempre di più la forbice tra le classi sociali. Le persone più umili sono state ghettizzate e dimenticate dalla società civile. La natura con le sue leggi delicate è stata sconvolta e il pianeta è a un passo dal punto di non ritorno dall’ apocalisse climatica. Tutti noi siamo diventati solo dei consumatori. Numeri che servono per arrivare ad altri numeri.

In questo difficile contesto c’è ancora qualcuno che prova a lottare e opporsi per cercare di costruire un futuro migliore basato su valori oggi sempre più rari. Tante voci, spesso soffocate, disgregate e disunite che parlano lo stesso linguaggio.

E noi saremo al loro fianco……let’s riot together!!!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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