Alla fine aveva ragione Ilaria Cucchi. E con lei tutti quelli che in questi anni non l’hanno lasciata mai sola nella sua battaglia. Anche quando tutti – dall’ultimo degli scemi fino all’attuale Ministro dell’Interno – cercavano di screditare ogni briciolo di esistenza di chi non poteva più difendersi, di giudicare chi non avevano conosciuto, di etichettare in quattro e quattr’otto Stefano Cucchi come tossico.

Potrei stare qua ore a disquisire sul perché è troppo facile saltare alle conclusioni, puntare il dito, giudicare dall’esterno una situazione che nessuno conosce tranne la famiglia stessa. Non mi interessa farlo perché Stefano non era un mio amico, neanche un conoscente. Era un ragazzo più o meno della mia età, come Federico Aldrovandi.

Uno che semplicemente è uscito di casa una sera da uomo ed è stato lasciato morire come una bestia da chi aveva giurato di proteggerne i diritti insindacabili.

Sarebbe ancora più facile mettere un’altra etichetta sulle Forza dell’Ordine dicendo che sono degli infami che menano dei poveri ragazzi, protetti dall’omertà dello stanzino di una Caserma, e che abusano del proprio ruolo come rivincita morale per una vita vissuta a capo chino.

Non lo farò.

Non sarebbe onesto e neanche vero. Conosco ed ho conosciuto persone che hanno dedicato la vita al servizio offerto alla comunità; persone che hanno sfamato famiglie intere, facendo turni infiniti al freddo della notte per uno stipendio da fame, che hanno preso insulti, sputi e chissà quanto altro per difendere istituzioni che sempre meno li rappresentano.

Quindi no, non ci dovete chiedere scusa perché siete tutti così.

Perché, semplicemente, non lo siete.

Ci dovreste chiedere scusa perché le persone come Stefano Cucchi avete deciso di proteggerle. Invece vi siete nascosti dietro stronzate fasciste come onore e cameratismo, lasciando che una famiglia per bene passasse le pene d’inferno in una strenua ricerca della verità, piuttosto che alzare la mano e mettere alla porta i responsabili. Avete trattato come appestati coloro che ci hanno provato, invece di dimostrare che azioni abominevoli come queste, in nessun Paese del mondo, possono essere tollerate.

Come alla Diaz, come a Bolzaneto, come in mille altre occasioni dove avete preferito salvare la faccia. Senza rendervi conto che invece la stavate perdendo ogni volta che certe cose venivano alla luce, ogni volta che qualcuno, invece, quella mano la alzava, perché preferiva morire piuttosto che continuare a vivere col rimorso. Ogni volta che qualcuno perdeva fiducia nelle istituzioni.

Ma non è mai troppo tardi per farle, quelle scuse. Anche se non riportano in vita i morti e non ridanno indietro anni di battaglie sanguinose e dolore cieco.

E non serviranno certo quelle a restituire la dignità mai persa a chi si è battuto a lungo per tenerla viva, errando in mezzo alle tenebre fino ad arrivare alla luce.

Non è mai troppo tardi per alzare la mano.

 

Federico Raconi

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